lunedì 10 agosto 2026

Prova E-Bike sulla Via dei Contrabbandieri



Da tempo meditavo su come inserire un tratto in E-bike lungo la Via dei Contrabbandieri, e proprio oggi, durante la percorrenza tra Sambuco ed Entracque, ho finalmente intravisto la situazione ideale. Da poco ho acquistato una bicicletta elettrica da utilizzare nei viaggi in camper, una versione mountain bike robusta e adatta ai terreni più vari. Quale occasione migliore, dunque, per metterla alla prova?

Dopo un lunghissimo viaggio in auto da Envie, con la bici caricata nel bagagliaio, raggiungo il parcheggio presso le ex casermette di Sambuco. Scarico la bici e rimonto tutte le parti smontate per farla entrare in auto, compresa la ruota anteriore. L’aria fresca della Valle Stura mi dà subito la sensazione di essere nel posto giusto.

 

Da Sambuco procedo senza difficoltà verso Vinadio, imboccando la semiciclabile che scende sulla destra dello Stura. I primi chilometri sono in salita, ma poi, avvicinandomi allo stabilimento Sant’Anna, la strada diventa una lunga e piacevole discesa frequentata da molti ciclisti, italiani e stranieri. Raggiungo Protolungo, una zona che non avevo mai considerato come collegamento verso Vinadio: ora so che la inserirò tra le tracce ufficiali della Via dei Contrabbandieri.

Sbucando a Vinadio, sotto il forte, mi trovo accanto a un laghetto artificiale balneabile, pieno di bagnanti. C’è anche un bar molto comodo dove mi concedo una piccola colazione. Riparto oltrepassando la fontana del paese e mi addentro tra i prati, seguendo una strada sterrata che, dopo alcuni chilometri, diventa asfaltata e attraversa diverse borgate.


 

Il navigatore mi segnala un sentiero sulla destra: lo imbocco, ma spesso sono costretto a scendere dalla bici e spingerla. Fortunatamente la pedalata assistita mi aiuta anche in questo, grazie alla funzione 'a passo d’uomo' che permette di far avanzare la bici mentre la si accompagna a piedi su tratti dissestati. Abituato da sempre alla bici muscolare, trovo questa caratteristica davvero innovativa. Alternando tratti pedalati su sentiero tecnico e momenti di spinta, scavalcando anche alcuni alberi caduti, raggiungo il Rifugio Olmo Bianco, sotto il comune di Demonte, punto ufficiale della Via dei Contrabbandieri.

Mi fermo per due chiacchiere e uno spuntino veloce. Mi presento ai gestori, che ricevono notizie spesso tramite la mailing list del cammino verso Dolceacqua. Lo staff è gentilissimo e disponibile: è persino possibile ricaricare l’E bike. Durante la conversazione mi viene proposta l’idea di organizzare una presentazione in Valle Stura nei mesi successivi. Accetto volentieri.


 

Riparto sazio e soddisfatto, commettendo però l’errore di non ricaricare la batteria della bici: un dettaglio che pagherò caro al ritorno, perché l’indicatore non sembrava così basso. Salgo verso il Colle dell’Arpione seguendo il 'sentiero delle fontane', ricco di abbeveraggi nei primi tratti. Negli ultimi due chilometri, però, il sentiero si fa stretto e ripido, immerso nel fitto bosco, e sono costretto nuovamente a spingere la bici. Mi stupisce sempre la differenza di vegetazione tra la Valle Stura e la Valle Gesso: qui il bosco domina, mentre dall’altra parte sono i pascoli ad avere la meglio.

Scatto la foto di rito sul punto più alto del tour e mi preparo alla discesa. Inizio con il motore attivo, ma dopo alcuni tuoni e lampi preferisco disattivare l’elettronica per scendere solo per gravità: una scelta prudente sia per risparmiare batteria, sia per ridurre il rischio di attirare scariche elettriche. Purtroppo, dopo un forte crepitio tra i tuoni, aumento la velocità e cado, finendo in avanti di lato. Mi rialzo alla meglio: la bici ha perso la regolazione del manubrio, ma con gli attrezzi riesco a sistemarla e riparto, più cauto.


 

Arrivo a Desertetto e mi soffermo, come sempre, ad ammirare il bellissimo affresco sulla cappelletta, che ogni volta cattura la mia attenzione. Proseguo nel bosco e sul sentiero, ma nei pressi di Entracque decido di abbandonare per un tratto la via originale dei Contrabbandieri, scegliendo l’asfalto per dare un po’ di sollievo alla bici: si tratta comunque di un paio di chilometri, non di più.

Raggiungo la ciclabile e avanzo verso il campeggio, sperando di poter ricaricare la batteria, anche perché iniziano a cadere le prime gocce di pioggia. Il personale, però, rifiuta la richiesta: non essendo ospite del campeggio, non posso utilizzare la corrente. Mi indicano una panchina con prese elettriche in centro, ma quando la raggiungo scopro che non funzionano. Per fortuna, proprio di fronte, c’è il bar Millevoglie, dove si offrono gentilmente di ricaricare la batteria. Ne approfitto e consumo qualcosa al bancone per ricambiare il favore.

Posso aspettare solo venti minuti: le nuvole nere incombono e la pioggia arriva. Riaggancio la batteria, indosso il keeway e riparto. In un attimo la pioggia diventa battente, ma con la batteria parzialmente carica procedo agevolmente fino a Borgo San Dalmazzo. Arrivo fino a Beguda, dove la batteria scende pericolosamente a due tacche e la pioggia non accenna a diminuire. Decido di disattivare l’elettronica e da lì in poi pedalo muscolarmente fino a Vinadio, con grande fatica a causa del peso del mezzo. Il passo, però, resta buono: la voglia di arrivare è un motore potente.


 

A Vinadio mi concedo un caffè d’orzo veloce e riparto. Provo ad attivare il motore per l’ultimo sprint di dieci chilometri, ma dopo cinquecento metri l’indicatore scende a una sola tacca e il motore smette di spingere. Procedo muscolarmente anche nell’ultimo tratto. La pioggia aumenta, i lampi pure. L’unica nota positiva è l’assenza di traffico in salita, al contrario della carreggiata opposta.

Raggiungo la deviazione per Sambuco e affronto gli ultimi duecento metri spingendo la bici: le gambe sono imballate e ho bisogno di cambiare posizione. Carico la bici in auto, smonto la ruota anteriore e mi cambio almeno la maglia con una felpa di fortuna che avevo nel baule. Poi riparto verso Envie per un altro lungo viaggio.





 

In totale sono stati circa 99 km in 9 ore, con oltre 2000 metri di dislivello complessivo.

Per quanto riguarda la Via dei Contrabbandieri in E-bike, posso dire che questa tratta è certamente fattibile, forse anche perché è una delle più semplici del percorso, pur con alcuni tratti da affrontare a spinta. La parte coperta con batteria attiva è risultata gestibile; ciò che ha reso l’avventura davvero impegnativa sono stati i chilometri aggiuntivi necessari a chiudere l’anello, percorsi senza assistenza elettrica tra Beguda e Sambuco, sotto una pioggia battente e su strada costantemente in salita.

Un’esperienza intensa, ricca di variabili e imprevisti, che insegna quanto anche un’uscita in E-bike possa trasformarsi in una prova gravosa quando la batteria si esaurisce. Un’avventura, comunque, degna di essere ricordata.


 

Segue la mappa GPS Komoot:

 https://www.komoot.com/it-it/tour/3185984827

 

 HOME CAMMINO DELLA VIA DEI CONTRABBANDIERI

 

 

domenica 19 luglio 2026

Cima Gran Paradiso, ascesa e discesa in giornata da Pont

 



Finalmente un progetto che portavo avanti da qualche mese ha preso forma. Non immaginavo di riuscirci, ma dopo il rientro dall’Isola d’Elba, mentre guidavo il camper in autostrada, l’idea di concretizzare la salita alla Cima del Gran Paradiso ha iniziato a farsi strada dentro di me con insistenza. Erano giorni che modellavo i dettagli nella mia testa e, come si suol dire, bisogna battere il ferro finché è caldo: poche ore dopo ero già pronto a partire. Si le gambe erano ancora un pò appannate del giro completo in bicicletta dell'Isola d'Elba ma poco male!

 


La mattina del 19 luglio 2026 la sveglia è suonata alle 2.00. Le ore di sonno erano state pochissime, visto che ero andato a letto alle 23.00, ma poco male: un caffè aggiusta sempre tutto. Una colazione veloce, gli ultimi preparativi allo zaino con picozza, casco, ramponi, keeway, coltellino svizzero, cibo, acqua e altre piccole cose e via. Mi piace l’essenzialità, quindi il mio zaino era molto 'slim', frutto anche del mio retaggio da ultratrail, dove la legge del poco peso regna sovrana.

Alle 5.45 ero al parcheggio di Pont. A quell’ora il viaggio era stato agevole, con traffico quasi nullo, anche se da Envie sono comunque più di 200 km per raggiungere la Valle d’Aosta.


 

Alle 5.53 ho avviato il cronometro e l’avventura è iniziata, lasciando l’affollato parcheggio pieno di camper, roulotte, van e auto. Il primo rifugio che incontro è il Tetras Lyre, ma è ancora chiuso, quindi rimando la colazione al successivo, il Vittorio Emanuele. Il sentiero è in buona salita ma ben percorribile e ciottolato. Dopo poco più di un’ora lo raggiungo: fuori non c’è anima viva, ma dentro è decisamente animato. Scatto qualche foto di rito, esploro i dintorni per capire la direzione da prendere più tardi e poi mi concedo un cappuccino con una fetta di torta abbondante. Ho del cibo con me, certo, ma nei miei tour considero sempre anche i pasti nelle strutture presenti, quindi ne approfitto volentieri.

Durante la breve sosta noto una foto panoramica con il Monviso al centro. Mi ha fatto un certo effetto vedere quella cima così lontana da casa, in un luogo dove dominano i 4000 metri.





 

Rimetto lo zaino in spalla e seguo il cartello che indica a sinistra verso il Gran Paradiso, anche se altri trekker scelgono una traccia differente.

Raggiungo un rigagnolo che nasce dal nevaio sovrastante. Il vallone è pietroso e poco scorrevole, sicuramente un tempo culla di un nevaio molto più grande e profondo. Salgo pian piano e supero i 3000 metri di quota; un centinaio di metri più su iniziano i primi banchi di neve ghiacciata sopra il rigagnolo, ma li evito. Li evito sempre per tutta la salita, per sorvolare complicazioni e di dover indossare continuamente i ramponi. Opto quindi per il passaggio laterale sulla pietraia.

 




Verso i 3500 metri la pietraia diventa più densa e ripida, con indicazioni sempre più rare. Qui abbandono temporaneamente la traccia GPS che avevo pianificato per circumnavigare l’imponente nevaio. Non perdo comunque la via, anche osservando la posizione di altri alpinisti. A un certo punto mi trovo davanti al nevaio e devo affrontarlo con i ramponi ai piedi: non è più possibile evitarlo. Davanti a me c’è molta neve o meglio, ghiaccio, visto che è durissima. Affianco e supero alcune cordate. Incontro una decina di crepacci, alcuni con sottili ponticelli di neve che non mi fido a calpestare: li oltrepasso con un balzo. Crepacci stretti ma profondissimi, bui, con a volte il rumore dell’acqua che scorre sotto.

Il nevaio diventa molto ripido e scivoloso. Punto la picozza continuamente e proseguo. Non sudo, nonostante il casco, perché fa freddo. Il sole c’è, ma a quella quota e con l’aria così rarefatta è normale.

Il passo è lentissimo: avanzo, ma la distanza non scorre. I parametri costruiti su terra qui non valgono. Mi avvicino alla cima, dove si trova la Madonnina. C’è coda, quindi mi fermo cinque metri sotto per evitare di aspettare decine di minuti. La differenza è minima.




 

In cima la neve è assente e bisogna arrampicare per una ventina di metri, nulla di difficile, se non per la fatica: con così poco ossigeno i movimenti diventano lenti, e anche se lo avevo preventivato, viverlo è tutta un’altra cosa.

In 6 ore e 39 minuti raggiungo la vetta. Qualche foto, uno spuntino rapidissimo, qualche momento di pace un po’ defilato rispetto alla gente. Ammiro le cime circostanti e il nevaio sottostante su entrambi i versanti, poi inizio la discesa.

La discesa è più veloce, ma non troppo: tra i 4000 e i 3500 metri le energie sono poche. Cerco di non scivolare sul nevaio, che in molti punti è ripido e sarebbe davvero mortale cadere: fermarsi sarebbe quasi impossibile. Continuo a usare picozza e ramponi, assolutamente indispensabili. Raggiungo la pietraia, che in discesa è forse peggio della salita. Seguo il canalone del rio incontrato all’andata. Vedo alcuni stambecchi e tengo la direzione. Cerco di essere veloce, ma le energie, pur maggiori rispetto alla cima, restano scarse.




 

Ad un certo punto mi volto a sinistra e vedo, piccolo ma non più così distante, il rifugio Vittorio Emanuele. Ritrovo un po’ di energia e mi fermo per un panino. Scambio qualche parola con alcuni presenti che mi avevano notato al mattino: salire e scendere in giornata, in solitaria, li aveva incuriositi. Mi chiedono dettagli sulla mia avventura, sulla percorrenza.

Riparto a passo spedito perché mi rendo conto di essere in ritardo. Tra le 15.00 e le 16.00 il sentiero dal rifugio al parcheggio è gremito di gente, e la discesa diventa uno slalom tra la folla. Raggiungo Pont intorno alle 17.30 e concludo la traversata in 11 ore e 40 minuti, con un totale di 26,4 km e 4280 metri di dislivello complessivo.

È stata una bellissima esperienza, che in qualche modo ricalca quella del Castore, completata attorno ai miei 18 anni con il mio amico Livio (RIP) e suo papà Elio, quando abitavo a Cavour. Loro due hanno avuto un impatto fondamentale nel far nascere la mia passione per la montagna. Li ringrazio tantissimo.




 

L'avventura che qui descrivo è stata ancora una volta preparata con la tecnica del Monoallenamento Settimanale, come tutte le mie altre: https://www.bertinettobartolomeodavide.it/ultratrail/

 

Segue traccia GPS Komoot:

https://www.komoot.com/it-it/tour/3126008659?share_token=ab0X8ozi6ipWnO7MGqMznG92PrfJuxy7Q2XC1gyU8hi7RiymTh 

 

Segue il dettaglio dei link di riferimento riguardo ai miei articoli ultratrail e trail:

Lunghissime distanze | Percorsi | Gare | Imprese | TRAVEL TRAIL | Pubblicazioni | link utili | Strategia d'allenamento 




lunedì 13 luglio 2026

Happy-Bike, tour dell'Isola d'Elba - 125km, 4600m di dislivello in bici da corsa

 


Happy Bike è un sistema di gestione delle uscite in bicicletta che consente di praticare sport senza usurare l’organismo. Oggi lo sport è spesso portato all’esasperazione: conosco molte persone che passano dal non fare nulla al fare troppo, da un giorno all’altro. Questa esagerazione improvvisa conduce facilmente all’infortunio e, di conseguenza, alla resa precoce dell’atleta.

Lo sport fa bene, ma come tutte le cose di questo mondo deve essere dosato con gradualità per poter godere appieno dei suoi benefici.

Detto questo, l’avventura Happy Bike che mi accingo a raccontare, il giro in bicicletta attorno all’Isola d’Elba, è stata un’esperienza favolosa e unica. Si tratta di un luogo straordinario, che merita di essere esplorato in bicicletta.

Sono partito tardi, perché in vacanza non voglio impormi orari o sveglie: alle 10.30 sono salito in sella alla mia vecchia bici da corsa. Quest’anno, dopo ben 23 anni, ho finalmente messo mano alla sua meccanica: un ottimo acquisto dell’epoca presso Decathlon, con il modello di punta di quei tempi! Ho sostituito il blocco pignoni con uno da 28 denti, più adatto alle salite, poiché il precedente era pensato per la pianura, anche se le salite impegnative non me le sono mai fatte mancare. Con Happy Bike sto lavorando a un nuovo traguardo che rivelerò solo a obiettivo raggiunto, e questa modifica era indispensabile.

La partenza è avvenuta da Marina di Campo, presso il Camping degli Ulivi, dove soggiorno con il camper. Il sole già si faceva sentire, impetuoso, e il caldo proveniva sia dall’asfalto sia dall’alto, come spesso accade d’estate.

Panorami mozzafiato al Colle della Palombaia, Cavoli con la sua splendida spiaggia, Seccheto e i vari belvedere. Proseguo con ritmo regolare, alternando pedalate e fotografie, per godermi il viaggio sulla mia bici muscolare, proprio come consiglia Happy Bike.

Raggiungo Fetovaia, che costeggio senza fermarmi ma osservo con attenzione. La strada prosegue scoscesa lungo la costa fino a Pomonte, poi Chiessi. Ogni tanto guardo verso l’interno dell’isola, cercando di intravedere la cima del Monte Capanne, che avevo visitato qualche anno fa in un tour a piedi partendo da Lacona.

Giungo a Colle d’Orano dopo una lunga tratta e mi fermo per un primo spuntino veloce, rinunciando al caffè per gustarlo nel prossimo comune. Perdo quota e scendo verso le spiagge di Sant’Andrea e Cotoncello, poi risalgo la dura salita in direzione Marciana, affrontando una fitta serpentina di tornanti. In un locale gestito da una persona molto gentile mi viene offerto un ottimo caffè.

Attraverso Poggio e arrivo a Marciana Marina dopo una lunga discesa. Qui faccio un nuovo spuntino e cerco una fontana, senza trovarla, quindi riparto. La strada corre vicina al mare fino a Procchio, poi oltrepasso una serie di colli, abbandonando la costa che ogni tanto riappare in lontananza. La salita è dura, ma le gambe sono ancora fresche.

Raggiungo Portoferraio per una pausa al bar: il caldo comincia a farsi sentire e la fatica aumenta. Mi dirigo verso il capo nord dell’isola, affrontando numerosi tornanti in salita. C’è molta più gente di quanto mi aspettassi. Arrivo a Punta di Sansone, dove ammiro decine di barche ormeggiate di ogni dimensione: ne è valsa la pena per questa deviazione.

Torno a Portoferraio e riprendo il giro dell’isola. Da qui la salita si fa impegnativa, complice il gran caldo: le ruote sembrano incollate all’asfalto, nonostante il nuovo rapporto da 28 denti! Oltrepasso La Concia e raggiungo Bagnaia; la strada si restringe a una sola corsia, supero Poggio Fortino e arrivo a Nisporto. Nessuna auto, nessuna bici, nessun pedone, tranne nei piccoli centri abitati.

Giungo a Rio nell’Elba, un bel borgo medievale dove mi fermo alla fontana per riempire la borraccia. Trovo anche un accogliente bar e mi concedo una bottiglia in vetro di Coca Cola, buonissima in queste condizioni di fatica!

Finalmente una lunga discesa: il caldo svanisce, sono ormai le 18.00 e le energie tornano. Dopo una serie di tornanti arrivo a Porto Azzurro, poi mi avvio verso Capoliveri e mi fermo a Lacona, zona dei miei soggiorni precedenti all’Elba. Qui la temperatura è più gradevole e si pedala nuovamente con piacere: la bici scorre bene.

Dopo 10 ore e 13 minuti di percorrenza raggiungo il punto di partenza a Marina di Campo, completando un anello di 125 km e 4600 metri di dislivello complessivo. Non mi aspettavo tanta salita e discesa! Concludo l’avventura intorno alle 21.00, soddisfatto e grato per questa splendida giornata di sport e scoperta.

Segue traccia GPS Komoot con tutte le foto:



mercoledì 1 luglio 2026

Dal Rifugio Melezé a Sambuco, scavalcando tre vallate(Varaita, Maira, Stura) per la Via del Contrabbandieri

 


In questo mio sopralluogo lungo il Cammino della Via dei Contrabbandieri ho voluto iniziare dalla Valle Maira, una zona che ho imparato ad apprezzare molto, e dai suoi contorni tra Bellino e Sambuco, a cavallo delle valli Varaita e Stura.
Ho già fatto una perlustrazione sommaria sulle partenze di Oncino e Crissolo per l’aggancio al Cammino dei Contrabbandieri dal rifugio Alpetto e dal Quintino Sella. Questa percorrenza richiede nuovi passaggi per fornire ai trekkers la certezza sulla percorribilità. Il percorso è agibile, ma in Valle Maira ci sono stati degli smottamenti legati alle precedenti piogge.
Bene, ma vediamo meglio.





Sveglia alle 4.00 del mattino con l’idea di partire inizialmente da Crissolo e arrivare a Vinadio, ma sicuramente l’idea era troppo ambiziosa! Forse qualche anno fa avrei potuto, ma oggi l’avrei vista dura. La nuova idea è stata quindi quella di partire dal Rifugio Melezé per arrivare a Vinadio, ma alla fine la luce del giorno ha avuto il sopravvento e lo stop notturno si è collocato a Sambuco.
Alle 7.45 sono partito dal Rifugio Melezé, nel vallone di Bellino, al bordo della Valle Varaita, dopo una buona colazione. Ho sgambettato fino a Sant’Anna di Bellino, dove ho notato l’apertura di un bar, poi sono salito verso il canalone del vallone seguendo il fiume, tra Grange Cruset e le numerose fortificazioni del Vallo Alpino. Sono salito sul Sentiero della Gola e sono arrivato a Grange Autanot. Poco dopo si vede in lontananza una piccola stazione meteorologica con un’antenna, e si arriva all’ex Rifugio Carmagnola, con poco più in là il Bivacco Carmagnola. È stato il momento di un veloce spuntino.





La cima del Colle di Bellino non è così distante; dopo alcune rovine del Vallo Alpino sono sceso nel canale del Mourin. Nei pascoli sottostanti si vedono spesso gli stambecchi, un bel branco che un giorno meriterà qualche scatto reflex! Poco sotto la borraccia era vuota, quindi ho approfittato di un rigagnolo di acqua fresca che corre tra le sorgenti del torrente Mourin per riempire la bottiglietta. Acqua buonissima!
Ho scavalcato il fiumiciattolo tra la riva destra e sinistra alcune volte, e poco dopo sono apparse le prime belle baite con tante mucche al pascolo: davvero un bellissimo spettacolo. Da qui in poi si vedono i primi smottamenti del fiume, che proseguono oltre il fondo delle cascate di Stroppia, a cavallo della centralina idroelettrica, e ancora poco prima del Rifugio Campobase, con ruspe al lavoro.





Un veloce pranzo a base di Raviol del Mel e un buonissimo formaggio da spalmare sul pane, anche se già prima di entrare si sentiva arrivare qualche goccia. All’uscita dal rifugio è arrivato il diluvio annunciato dalle previsioni meteo: tanta acqua, e la strada è presto diventata un fiume, con lampi e tuoni. La strada fino ad Acceglio è lunga, più di quanto sembri sulla cartina, con qualche stop sotto ripari di fortuna. I crepiti che fanno eco tra le montagne fanno paura tanto rimbombano. Corro ancora per scendere veloce, oltrepasso Chiappera e Saretto, e arrivo al paese per un caffè e per attendere qualche minuto all’asciutto. Tanti tedeschi qui (in verità tanti ovunque, già a partire da Bellino!). Italiani sul sentiero nessuno! Sono bagnato dalla testa ai piedi e mi faccio coraggio per uscire dal bar nonostante la pioggia incombente; la gente mi osserva incredula, come già prima dopo pranzo. Il mio ragionamento è stato: 'Tanto, bagnato per bagnato', e imbocco il Vallone di Unerzio, zona che percorro sempre con piacere e pensieri... Questa volta intravedo un cartello con l’indicazione 'La Scucio' e ricordo alcuni vecchi consigli: mi infilo lì per lasciare la strada.





Resto sul bordo del torrente Unerzio, tra le borgate di Frere, Gheit e Chialvetta, poi Pratorotondo con il suo panorama e Viviere (qui molti ragazzi francesi). Giungo al Pilone di Prato Ciorliero e mi fermo per un nuovo spuntino, ammirando il paesaggio circostante con la sua fattoria e tutto il bestiame al pascolo, gestito con urla dai margari presenti e dai fidati cani al seguito. Inizio ancora una volta a risalire: dopo Chialvetta la pioggia è finalmente svanita e mi sono liberato del Keeway; tuttavia, dopo Prato Ciorliero, verso le fortificazioni in direzione Gardetta, la pioggia si è nuovamente fatta viva.
Raggiunto il Rifugio della Gardetta, ancora un caffè verso le 18.15, e nonostante il meteo sono ripartito quasi subito. Ho circumnavigato Rocca la Meya, costeggiando il Bric Bernoir, e la pioggia a un certo punto ha di nuovo lasciato spazio al sole. L’altopiano della Gardetta, osservato dalla ex strada militare, lascia senza fiato, anche perché è straordinario vedere il Monviso 'da dietro' rispetto alla Valle Po, piccolo in lontananza! Non arrivo al Colle della Margherita: abbandono l’altopiano prima, svoltando a destra con la lunga discesa in Valle Stura. Il cellulare prende poco, ma riesco a inviare qualche messaggio a mia figlia Beatrice che è in attesa per recuperarmi (poverina, al mattino ha anche superato l’esame di anatomia all’università, ma nonostante ciò non si è tirata indietro! È un valido supporto per me).





In questi numerosi chilometri di discesa non ho potuto fare a meno di notare che l’unica Casa del Margaro presente era vuota. Spero tanto che questa zona così desolata di montagna non venga abbandonata e dimenticata.
Lascio la strada sterrata verso Moriglione, all’altezza dell’unico pilone presente, per imboccare il sentiero. Qui consiglio al camminatore che intraprende la Via dei Contrabbandieri, se inesperto, di continuare sulla strada, dato che il sentiero nel primo tratto dopo il pilone è stretto, con dirupo a sinistra. In alcuni punti risulta franato, anche se con le dovute attenzioni è percorribile. Colpa delle piogge precedenti, credo. Ritengo opportuno specificarlo per la sicurezza dei passanti. Il sentiero è leggermente più breve, con passaggi tra pascoli e bosco; la strada forse è più monotona, ma la sicurezza ha sicuramente la precedenza.






A Moriglione arrivo alle 21.30 e mi sento con Beatrice, che è in viaggio. È ancora giorno, ma si percepisce la notte che incombe. Indosso la luce frontale e imbocco il sentiero per Sambuco, bellissimo quando desolato nel buio sempre più presente. Attraverso il torrente passando su un ponte in legno e, poco dopo, sono a Sambuco in piena notte. Arrivo alla Torre Campanaria per uno spuntino e per avvertire mia figlia che la aspetto a ridosso dello stradone. Sono circa le 22.00 e dopo pochi minuti arriva il passaggio in auto e il recupero verso l’altra macchina a parcheggiata a Bellino. La conclusione di tutto mi ha fatto arrivare a casa intorno alle 2.00 del mattino del giorno dopo.







In totale sono state poco meno di 14 ore di percorrenza per 57 km, con un forte dislivello, scavalcando tre vallate differenti. Una gran bella uscita a piedi per esplorare, nel 2026, questo bel tratto della Via dei Contrabbandieri!

Concludo scrivendo che anche questa avventura è stata messa in opera con la Tecnica del Monoallenamento Settimanale. 

 






Traccia GPS Komoot:

https://www.komoot.com/it-it/tour/3077463688?share_token=apgDvSzEWX7zURVRQ0q56pOMMXFo4lMtZOSyIV8RPX7JOA3M5v&ref=wtd&t_s=referral&t_cid=route_share&t_ref_username=4561381967818 

 

 




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