domenica 30 agosto 2026

Da Dolceacqua al Rifugio Gouta - direzione Toraggio


 

Eccomi pronto a raccontare il tratto percorso ieri lungo la Via dei Contrabbandieri, concentrandomi sull’aggiunta della bretella conclusiva che dal Monte Toraggio scende verso Dolceacqua, evitando il passaggio attraverso altri comuni della Valle di Nervia e mantenendo così un itinerario immerso nella natura più autentica. Prima di entrare nel vivo della descrizione desidero ringraziare il Sindaco di Dolceacqua, Fulvio Gazzola, che con grande disponibilità mi ha suggerito questa soluzione, pensata proprio per snellire la Via dei Contrabbandieri senza snaturarne l’essenza ambientale. Domenica 30 agosto 2026 ne ho percorso una parte con molto piacere, ed è di questa esperienza che ora scrivo.





Ho intrapreso il percorso in senso inverso rispetto alla direzione classica, rispetto al tragitto come può essere immaginato partendo dalla Valle Po: sono partito da Dolceacqua risalendo verso Cima Tramontana. La salita iniziale è su sentiero, ma ben presto si raggiunge una strada forse militare che corre lungo il crinale e segna il confine tra Ventimiglia e Dolceacqua, a pochi passi dall’Alta Via dei Monti Liguri. Proseguendo sullo spartiacque si arriva al Passo del Cane, un tratto lungo ma scorrevole grazie alla carreggiabile che permette di avanzare con buon ritmo. Il paesaggio alterna boschi e pascoli, creando un ambiente vario e piacevole, e continuando si raggiunge il Colle dei Saviglioni.






Lungo il cammino si incontrano alcune vecchie baite, ma ciò che colpisce maggiormente è la presenza sorprendente di imponenti fontane in cemento armato, ormai asciutte. La loro quantità fa pensare che un tempo questa zona fosse stata 'bonificata' e ricca di punti d’acqua, probabilmente utilizzati anche per l’abbeveraggio dei cavalli. Oggi invece non si trova una fontana per tutto il tragitto, che misura circa venticinque chilometri(40km circa se si include il Monte Toraggio), e nelle giornate più calde è indispensabile portare con sé una buona scorta di liquidi.






Proseguendo sulla via ci si dirige verso le Case di Lanzo, a poche centinaia di metri dal confine francese. All’altezza del rifugio Pau(non gestito), un cartello indica una deviazione di circa venti minuti in salita verso una possibile fonte, la 'Fontana Povera'. Purtroppo, complice il clima torrido di questi giorni, l’ho trovata completamente in secca. Si continua quindi lungo una variante dell’Alta Via dei Monti Liguri, indicata anche come Via del Balcone, che costeggia interamente il confine di Rocchetta Nervina e poi quello di Pigna. Le ore scorrono veloci, i chilometri un po’ meno: il caldo intenso concentra l’attenzione sulla ricerca dell’acqua, che continua a mancare ma resta un pensiero fisso. Incontro un paio di tunnel davvero caratteristici, alternati a pinete fresche e silenziose, e lungo la strada appaiono anche alcune costruzioni curiose, bunker in cemento armato oggi trasformati in stalle. Edifici straordinari, robusti e praticamente intatti nonostante il passare del tempo e il cambio di funzione.






Avanzando ancora si raggiunge la Sella di Gouta, un piccolo 'parco' naturale fatto di pascoli curati dove alcune famiglie si godono un pic-nic. Chiedo qualche conferma sulla direzione e proseguo per un paio di chilometri, sperando di trovare finalmente una fontana. Così accelero il passo fino al rifugio di Gouta, dove posso finalmente bere e riposare qualche minuto. Tutto questo viaggio nasce dall’idea di aggiungere una variante che dal Monte Toraggio conduca direttamente a Dolceacqua, restando sempre in quota e scendendo solo alla fine verso il traguardo, senza attraversare altri comuni. Una scelta ottima, che senza dubbio inserirò tra le opzioni nel libro dedicato, nel prossimo ed imminente aggiornamento.






Per il seguito dell’avventura non ho potuto proseguire verso il Monte Toraggio: i chilometri mancanti erano ancora molti e la notte si avvicinava. Ho quindi deciso di scendere verso Pigna, dato che ne restavano ancora ventitré oltre ai venticinque già percorsi per arrivare al rifugio di Gouta. La via asfaltata è risultata più rapida per chiudere l’anello, anche se decisamente meno panoramica. I chilometri scorrono lungo questa lunghissima discesa su strade già note, passando per Pigna e poi sul trafficato stradone verso Isolabona al tramonto. Dopo Isolabona, in piena notte, raggiungo finalmente la mia auto parcheggiata a Dolceacqua. L’anello è stato completato in undici ore e ventitré minuti, per una distanza totale di quarantasette chilometri e un dislivello complessivo di tremila metri.

ITINERARIO GPS KOMOOT DELLA PERCORRENZA QUI DESCRITTA:

https://www.komoot.com/it-it/tour/3245689741 

 

 

 Home Page - La Via dei Contrabbandieri

 

domenica 23 agosto 2026

Via dei Contrabbandieri, spiegazione itinerante con Kalipé

 


 

Oggi è stata una splendida giornata trascorsa insieme all’associazione Kalipé al Monviso, all’insegna del Camminodella Via dei Contrabbandieri. Con un gruppo composto da una trentina di camminatori abbiamo affrontato una parte del tratto iniziale, partendo da Crissolo e dirigendoci verso Pian della Regina. Il percorso ha incluso la variante che attraversa l’antica e ormai abbandonata pista da sci delle Miniere, un luogo che conserva ancora il fascino delle sue stagioni passate. Da lì ci siamo ricongiunti al Sentiero della Salute, che risale il vallone costeggiando il corso del fiume Po sul suo lato sinistro.

Il ritrovo era fissato per oggi, domenica 23 agosto 2026, alle ore 8.00 presso il piazzale della seggiovia, con l’obiettivo di raggiungere la destinazione alle 11.00 in punto. Lungo il tragitto abbiamo effettuato una pausa dedicata a una prima introduzione sul Cammino della Via dei Contrabbandieri, anticipando alcune informazioni utili per comprendere meglio la storia e la struttura del progetto. La divulgazione completa è poi avvenuta presso l’anfiteatro naturale di Pian della Regina, un luogo davvero suggestivo che ha offerto il contesto ideale per la presentazione finale.

Proprio in quel momento il numero dei partecipanti è ulteriormente aumentato, segno incoraggiante dell’interesse crescente verso questo cammino e delle potenzialità che esso può sviluppare nel tempo.

Un ringraziamento speciale va all’associazione Kalipé al Monviso per l’organizzazione impeccabile e alla Baita della Polentadi Pian della Regina per aver ospitato l’evento con grande disponibilità.

 

Montaggio Facebook di Kalipé:

 https://www.facebook.com/share/r/1BwR7hLsNn/

 

SEGUONO VIDEO:

 Vecchia pista delle miniere

 


 Anfiteatro Pian Regina - Baita della Polenta

 

SEGUONO FOTO: 

















 

lunedì 10 agosto 2026

Prova E-Bike sulla Via dei Contrabbandieri



Da tempo meditavo su come inserire un tratto in E-bike lungo la Via dei Contrabbandieri, e proprio oggi, durante la percorrenza tra Sambuco ed Entracque, ho finalmente intravisto la situazione ideale. Da poco ho acquistato una bicicletta elettrica da utilizzare nei viaggi in camper, una versione mountain bike robusta e adatta ai terreni più vari. Quale occasione migliore, dunque, per metterla alla prova?

Dopo un lunghissimo viaggio in auto da Envie, con la bici caricata nel bagagliaio, raggiungo il parcheggio presso le ex casermette di Sambuco. Scarico la bici e rimonto tutte le parti smontate per farla entrare in auto, compresa la ruota anteriore. L’aria fresca della Valle Stura mi dà subito la sensazione di essere nel posto giusto.

 

Da Sambuco procedo senza difficoltà verso Vinadio, imboccando la semiciclabile che scende sulla destra dello Stura. I primi chilometri sono in salita, ma poi, avvicinandomi allo stabilimento Sant’Anna, la strada diventa una lunga e piacevole discesa frequentata da molti ciclisti, italiani e stranieri. Raggiungo Protolungo, una zona che non avevo mai considerato come collegamento verso Vinadio: ora so che la inserirò tra le tracce ufficiali della Via dei Contrabbandieri.

Sbucando a Vinadio, sotto il forte, mi trovo accanto a un laghetto artificiale balneabile, pieno di bagnanti. C’è anche un bar molto comodo dove mi concedo una piccola colazione. Riparto oltrepassando la fontana del paese e mi addentro tra i prati, seguendo una strada sterrata che, dopo alcuni chilometri, diventa asfaltata e attraversa diverse borgate.


 

Il navigatore mi segnala un sentiero sulla destra: lo imbocco, ma spesso sono costretto a scendere dalla bici e spingerla. Fortunatamente la pedalata assistita mi aiuta anche in questo, grazie alla funzione 'a passo d’uomo' che permette di far avanzare la bici mentre la si accompagna a piedi su tratti dissestati. Abituato da sempre alla bici muscolare, trovo questa caratteristica davvero innovativa. Alternando tratti pedalati su sentiero tecnico e momenti di spinta, scavalcando anche alcuni alberi caduti, raggiungo il Rifugio Olmo Bianco, sotto il comune di Demonte, punto ufficiale della Via dei Contrabbandieri.

Mi fermo per due chiacchiere e uno spuntino veloce. Mi presento ai gestori, che ricevono notizie spesso tramite la mailing list del cammino verso Dolceacqua. Lo staff è gentilissimo e disponibile: è persino possibile ricaricare l’E bike. Durante la conversazione mi viene proposta l’idea di organizzare una presentazione in Valle Stura nei mesi successivi. Accetto volentieri.


 

Riparto sazio e soddisfatto, commettendo però l’errore di non ricaricare la batteria della bici: un dettaglio che pagherò caro al ritorno, perché l’indicatore non sembrava così basso. Salgo verso il Colle dell’Arpione seguendo il 'sentiero delle fontane', ricco di abbeveraggi nei primi tratti. Negli ultimi due chilometri, però, il sentiero si fa stretto e ripido, immerso nel fitto bosco, e sono costretto nuovamente a spingere la bici. Mi stupisce sempre la differenza di vegetazione tra la Valle Stura e la Valle Gesso: qui il bosco domina, mentre dall’altra parte sono i pascoli ad avere la meglio.

Scatto la foto di rito sul punto più alto del tour e mi preparo alla discesa. Inizio con il motore attivo, ma dopo alcuni tuoni e lampi preferisco disattivare l’elettronica per scendere solo per gravità: una scelta prudente sia per risparmiare batteria, sia per ridurre il rischio di attirare scariche elettriche. Purtroppo, dopo un forte crepitio tra i tuoni, aumento la velocità e cado, finendo in avanti di lato. Mi rialzo alla meglio: la bici ha perso la regolazione del manubrio, ma con gli attrezzi riesco a sistemarla e riparto, più cauto.


 

Arrivo a Desertetto e mi soffermo, come sempre, ad ammirare il bellissimo affresco sulla cappelletta, che ogni volta cattura la mia attenzione. Proseguo nel bosco e sul sentiero, ma nei pressi di Entracque decido di abbandonare per un tratto la via originale dei Contrabbandieri, scegliendo l’asfalto per dare un po’ di sollievo alla bici: si tratta comunque di un paio di chilometri, non di più.

Raggiungo la ciclabile e avanzo verso il campeggio, sperando di poter ricaricare la batteria, anche perché iniziano a cadere le prime gocce di pioggia. Il personale, però, rifiuta la richiesta: non essendo ospite del campeggio, non posso utilizzare la corrente. Mi indicano una panchina con prese elettriche in centro, ma quando la raggiungo scopro che non funzionano. Per fortuna, proprio di fronte, c’è il bar Millevoglie, dove si offrono gentilmente di ricaricare la batteria. Ne approfitto e consumo qualcosa al bancone per ricambiare il favore.

Posso aspettare solo venti minuti: le nuvole nere incombono e la pioggia arriva. Riaggancio la batteria, indosso il keeway e riparto. In un attimo la pioggia diventa battente, ma con la batteria parzialmente carica procedo agevolmente fino a Borgo San Dalmazzo. Arrivo fino a Beguda, dove la batteria scende pericolosamente a due tacche e la pioggia non accenna a diminuire. Decido di disattivare l’elettronica e da lì in poi pedalo muscolarmente fino a Vinadio, con grande fatica a causa del peso del mezzo. Il passo, però, resta buono: la voglia di arrivare è un motore potente.


 

A Vinadio mi concedo un caffè d’orzo veloce e riparto. Provo ad attivare il motore per l’ultimo sprint di dieci chilometri, ma dopo cinquecento metri l’indicatore scende a una sola tacca e il motore smette di spingere. Procedo muscolarmente anche nell’ultimo tratto. La pioggia aumenta, i lampi pure. L’unica nota positiva è l’assenza di traffico in salita, al contrario della carreggiata opposta.

Raggiungo la deviazione per Sambuco e affronto gli ultimi duecento metri spingendo la bici: le gambe sono imballate e ho bisogno di cambiare posizione. Carico la bici in auto, smonto la ruota anteriore e mi cambio almeno la maglia con una felpa di fortuna che avevo nel baule. Poi riparto verso Envie per un altro lungo viaggio.





 

In totale sono stati circa 99 km in 9 ore, con oltre 2000 metri di dislivello complessivo.

Per quanto riguarda la Via dei Contrabbandieri in E-bike, posso dire che questa tratta è certamente fattibile, forse anche perché è una delle più semplici del percorso, pur con alcuni tratti da affrontare a spinta. La parte coperta con batteria attiva è risultata gestibile; ciò che ha reso l’avventura davvero impegnativa sono stati i chilometri aggiuntivi necessari a chiudere l’anello, percorsi senza assistenza elettrica tra Beguda e Sambuco, sotto una pioggia battente e su strada costantemente in salita.

Un’esperienza intensa, ricca di variabili e imprevisti, che insegna quanto anche un’uscita in E-bike possa trasformarsi in una prova gravosa quando la batteria si esaurisce. Un’avventura, comunque, degna di essere ricordata.


 

Segue la mappa GPS Komoot:

 https://www.komoot.com/it-it/tour/3185984827

 

 HOME CAMMINO DELLA VIA DEI CONTRABBANDIERI

 

 

domenica 19 luglio 2026

Cima Gran Paradiso, ascesa e discesa in giornata da Pont

 



Finalmente un progetto che portavo avanti da qualche mese ha preso forma. Non immaginavo di riuscirci, ma dopo il rientro dall’Isola d’Elba, mentre guidavo il camper in autostrada, l’idea di concretizzare la salita alla Cima del Gran Paradiso ha iniziato a farsi strada dentro di me con insistenza. Erano giorni che modellavo i dettagli nella mia testa e, come si suol dire, bisogna battere il ferro finché è caldo: poche ore dopo ero già pronto a partire. Si le gambe erano ancora un pò appannate del giro completo in bicicletta dell'Isola d'Elba ma poco male!

 


La mattina del 19 luglio 2026 la sveglia è suonata alle 2.00. Le ore di sonno erano state pochissime, visto che ero andato a letto alle 23.00, ma poco male: un caffè aggiusta sempre tutto. Una colazione veloce, gli ultimi preparativi allo zaino con picozza, casco, ramponi, keeway, coltellino svizzero, cibo, acqua e altre piccole cose e via. Mi piace l’essenzialità, quindi il mio zaino era molto 'slim', frutto anche del mio retaggio da ultratrail, dove la legge del poco peso regna sovrana.

Alle 5.45 ero al parcheggio di Pont. A quell’ora il viaggio era stato agevole, con traffico quasi nullo, anche se da Envie sono comunque più di 200 km per raggiungere la Valle d’Aosta.


 

Alle 5.53 ho avviato il cronometro e l’avventura è iniziata, lasciando l’affollato parcheggio pieno di camper, roulotte, van e auto. Il primo rifugio che incontro è il Tetras Lyre, ma è ancora chiuso, quindi rimando la colazione al successivo, il Vittorio Emanuele. Il sentiero è in buona salita ma ben percorribile e ciottolato. Dopo poco più di un’ora lo raggiungo: fuori non c’è anima viva, ma dentro è decisamente animato. Scatto qualche foto di rito, esploro i dintorni per capire la direzione da prendere più tardi e poi mi concedo un cappuccino con una fetta di torta abbondante. Ho del cibo con me, certo, ma nei miei tour considero sempre anche i pasti nelle strutture presenti, quindi ne approfitto volentieri.

Durante la breve sosta noto una foto panoramica con il Monviso al centro. Mi ha fatto un certo effetto vedere quella cima così lontana da casa, in un luogo dove dominano i 4000 metri.





 

Rimetto lo zaino in spalla e seguo il cartello che indica a sinistra verso il Gran Paradiso, anche se altri trekker scelgono una traccia differente.

Raggiungo un rigagnolo che nasce dal nevaio sovrastante. Il vallone è pietroso e poco scorrevole, sicuramente un tempo culla di un nevaio molto più grande e profondo. Salgo pian piano e supero i 3000 metri di quota; un centinaio di metri più su iniziano i primi banchi di neve ghiacciata sopra il rigagnolo, ma li evito. Li evito sempre per tutta la salita, per sorvolare complicazioni e di dover indossare continuamente i ramponi. Opto quindi per il passaggio laterale sulla pietraia.

 




Verso i 3500 metri la pietraia diventa più densa e ripida, con indicazioni sempre più rare. Qui abbandono temporaneamente la traccia GPS che avevo pianificato per circumnavigare l’imponente nevaio. Non perdo comunque la via, anche osservando la posizione di altri alpinisti. A un certo punto mi trovo davanti al nevaio e devo affrontarlo con i ramponi ai piedi: non è più possibile evitarlo. Davanti a me c’è molta neve o meglio, ghiaccio, visto che è durissima. Affianco e supero alcune cordate. Incontro una decina di crepacci, alcuni con sottili ponticelli di neve che non mi fido a calpestare: li oltrepasso con un balzo. Crepacci stretti ma profondissimi, bui, con a volte il rumore dell’acqua che scorre sotto.

Il nevaio diventa molto ripido e scivoloso. Punto la picozza continuamente e proseguo. Non sudo, nonostante il casco, perché fa freddo. Il sole c’è, ma a quella quota e con l’aria così rarefatta è normale.

Il passo è lentissimo: avanzo, ma la distanza non scorre. I parametri costruiti su terra qui non valgono. Mi avvicino alla cima, dove si trova la Madonnina. C’è coda, quindi mi fermo cinque metri sotto per evitare di aspettare decine di minuti. La differenza è minima.




 

In cima la neve è assente e bisogna arrampicare per una ventina di metri, nulla di difficile, se non per la fatica: con così poco ossigeno i movimenti diventano lenti, e anche se lo avevo preventivato, viverlo è tutta un’altra cosa.

In 6 ore e 39 minuti raggiungo la vetta. Qualche foto, uno spuntino rapidissimo, qualche momento di pace un po’ defilato rispetto alla gente. Ammiro le cime circostanti e il nevaio sottostante su entrambi i versanti, poi inizio la discesa.

La discesa è più veloce, ma non troppo: tra i 4000 e i 3500 metri le energie sono poche. Cerco di non scivolare sul nevaio, che in molti punti è ripido e sarebbe davvero mortale cadere: fermarsi sarebbe quasi impossibile. Continuo a usare picozza e ramponi, assolutamente indispensabili. Raggiungo la pietraia, che in discesa è forse peggio della salita. Seguo il canalone del rio incontrato all’andata. Vedo alcuni stambecchi e tengo la direzione. Cerco di essere veloce, ma le energie, pur maggiori rispetto alla cima, restano scarse.




 

Ad un certo punto mi volto a sinistra e vedo, piccolo ma non più così distante, il rifugio Vittorio Emanuele. Ritrovo un po’ di energia e mi fermo per un panino. Scambio qualche parola con alcuni presenti che mi avevano notato al mattino: salire e scendere in giornata, in solitaria, li aveva incuriositi. Mi chiedono dettagli sulla mia avventura, sulla percorrenza.

Riparto a passo spedito perché mi rendo conto di essere in ritardo. Tra le 15.00 e le 16.00 il sentiero dal rifugio al parcheggio è gremito di gente, e la discesa diventa uno slalom tra la folla. Raggiungo Pont intorno alle 17.30 e concludo la traversata in 11 ore e 40 minuti, con un totale di 26,4 km e 4280 metri di dislivello complessivo.

È stata una bellissima esperienza, che in qualche modo ricalca quella del Castore, completata attorno ai miei 18 anni con il mio amico Livio (RIP) e suo papà Elio, quando abitavo a Cavour. Loro due hanno avuto un impatto fondamentale nel far nascere la mia passione per la montagna. Li ringrazio tantissimo.




 

L'avventura che qui descrivo è stata ancora una volta preparata con la tecnica del Monoallenamento Settimanale, come tutte le mie altre: https://www.bertinettobartolomeodavide.it/ultratrail/

 

Segue traccia GPS Komoot:

https://www.komoot.com/it-it/tour/3126008659?share_token=ab0X8ozi6ipWnO7MGqMznG92PrfJuxy7Q2XC1gyU8hi7RiymTh 

 

Segue il dettaglio dei link di riferimento riguardo ai miei articoli ultratrail e trail:

Lunghissime distanze | Percorsi | Gare | Imprese | TRAVEL TRAIL | Pubblicazioni | link utili | Strategia d'allenamento 




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