Finalmente un progetto che portavo avanti da qualche mese ha preso forma. Non immaginavo di riuscirci, ma dopo il rientro dall’Isola d’Elba, mentre guidavo il camper in autostrada, l’idea di concretizzare la salita alla Cima del Gran Paradiso ha iniziato a farsi strada dentro di me con insistenza. Erano giorni che modellavo i dettagli nella mia testa e, come si suol dire, bisogna battere il ferro finché è caldo: poche ore dopo ero già pronto a partire. Si le gambe erano ancora un pò appannate del giro completo in bicicletta dell'Isola d'Elba ma poco male!
La mattina del 19 luglio 2026 la sveglia è suonata alle 2.00. Le ore di sonno erano state pochissime, visto che ero andato a letto alle 23.00, ma poco male: un caffè aggiusta sempre tutto. Una colazione veloce, gli ultimi preparativi allo zaino con picozza, casco, ramponi, keeway, coltellino svizzero, cibo, acqua e altre piccole cose e via. Mi piace l’essenzialità, quindi il mio zaino era molto 'slim', frutto anche del mio retaggio da ultratrail, dove la legge del poco peso regna sovrana.
Alle 5.45 ero al parcheggio di Pont. A quell’ora il viaggio era stato agevole, con traffico quasi nullo, anche se da Envie sono comunque più di 200 km per raggiungere la Valle d’Aosta.
Alle 5.53 ho avviato il cronometro e l’avventura è iniziata, lasciando l’affollato parcheggio pieno di camper, roulotte, van e auto. Il primo rifugio che incontro è il Tetras Lyre, ma è ancora chiuso, quindi rimando la colazione al successivo, il Vittorio Emanuele. Il sentiero è in buona salita ma ben percorribile e ciottolato. Dopo poco più di un’ora lo raggiungo: fuori non c’è anima viva, ma dentro è decisamente animato. Scatto qualche foto di rito, esploro i dintorni per capire la direzione da prendere più tardi e poi mi concedo un cappuccino con una fetta di torta abbondante. Ho del cibo con me, certo, ma nei miei tour considero sempre anche i pasti nelle strutture presenti, quindi ne approfitto volentieri.
Durante la breve sosta noto una foto panoramica con il Monviso al centro. Mi ha fatto un certo effetto vedere quella cima così lontana da casa, in un luogo dove dominano i 4000 metri.
Rimetto lo zaino in spalla e seguo il cartello che indica a sinistra verso il Gran Paradiso, anche se altri trekker scelgono una traccia differente.
Raggiungo un rigagnolo che nasce dal nevaio sovrastante. Il vallone è pietroso e poco scorrevole, sicuramente un tempo culla di un nevaio molto più grande e profondo. Salgo pian piano e supero i 3000 metri di quota; un centinaio di metri più su iniziano i primi banchi di neve ghiacciata sopra il rigagnolo, ma li evito. Li evito sempre per tutta la salita, per sorvolare complicazioni e di dover indossare continuamente i ramponi. Opto quindi per il passaggio laterale sulla pietraia.
Verso i 3500 metri la pietraia diventa più densa e ripida, con indicazioni sempre più rare. Qui abbandono temporaneamente la traccia GPS che avevo pianificato per circumnavigare l’imponente nevaio. Non perdo comunque la via, anche osservando la posizione di altri alpinisti. A un certo punto mi trovo davanti al nevaio e devo affrontarlo con i ramponi ai piedi: non è più possibile evitarlo. Davanti a me c’è molta neve o meglio, ghiaccio, visto che è durissima. Affianco e supero alcune cordate. Incontro una decina di crepacci, alcuni con sottili ponticelli di neve che non mi fido a calpestare: li oltrepasso con un balzo. Crepacci stretti ma profondissimi, bui, con a volte il rumore dell’acqua che scorre sotto.
Il nevaio diventa molto ripido e scivoloso. Punto la picozza continuamente e proseguo. Non sudo, nonostante il casco, perché fa freddo. Il sole c’è, ma a quella quota e con l’aria così rarefatta è normale.
Il passo è lentissimo: avanzo, ma la distanza non scorre. I parametri costruiti su terra qui non valgono. Mi avvicino alla cima, dove si trova la Madonnina. C’è coda, quindi mi fermo cinque metri sotto per evitare di aspettare decine di minuti. La differenza è minima.
In cima la neve è assente e bisogna arrampicare per una ventina di metri, nulla di difficile, se non per la fatica: con così poco ossigeno i movimenti diventano lenti, e anche se lo avevo preventivato, viverlo è tutta un’altra cosa.
In 6 ore e 39 minuti raggiungo la vetta. Qualche foto, uno spuntino rapidissimo, qualche momento di pace un po’ defilato rispetto alla gente. Ammiro le cime circostanti e il nevaio sottostante su entrambi i versanti, poi inizio la discesa.
La discesa è più veloce, ma non troppo: tra i 4000 e i 3500 metri le energie sono poche. Cerco di non scivolare sul nevaio, che in molti punti è ripido e sarebbe davvero mortale cadere: fermarsi sarebbe quasi impossibile. Continuo a usare picozza e ramponi, assolutamente indispensabili. Raggiungo la pietraia, che in discesa è forse peggio della salita. Seguo il canalone del rio incontrato all’andata. Vedo alcuni stambecchi e tengo la direzione. Cerco di essere veloce, ma le energie, pur maggiori rispetto alla cima, restano scarse.
Ad un certo punto mi volto a sinistra e vedo, piccolo ma non più così distante, il rifugio Vittorio Emanuele. Ritrovo un po’ di energia e mi fermo per un panino. Scambio qualche parola con alcuni presenti che mi avevano notato al mattino: salire e scendere in giornata, in solitaria, li aveva incuriositi. Mi chiedono dettagli sulla mia avventura, sulla percorrenza.
Riparto a passo spedito perché mi rendo conto di essere in ritardo. Tra le 15.00 e le 16.00 il sentiero dal rifugio al parcheggio è gremito di gente, e la discesa diventa uno slalom tra la folla. Raggiungo Pont intorno alle 17.30 e concludo la traversata in 11 ore e 40 minuti, con un totale di 26,4 km e 4280 metri di dislivello complessivo.
È stata una bellissima esperienza, che in qualche modo ricalca quella del Castore, completata attorno ai miei 18 anni con il mio amico Livio (RIP) e suo papà Elio, quando abitavo a Cavour. Loro due hanno avuto un impatto fondamentale nel far nascere la mia passione per la montagna. Li ringrazio tantissimo.
L'avventura che qui descrivo è stata ancora una volta preparata con la tecnica del Monoallenamento Settimanale, come tutte le mie altre: https://www.bertinettobartolomeodavide.it/ultratrail/
Segue traccia GPS Komoot:
Segue il dettaglio dei link di riferimento riguardo ai miei articoli ultratrail e trail:
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