Oggi(Sabato 10-01-2026) finalmente, dopo vari
sopralluoghi, ho messo in pratica e completato la percorrenza a piedi
sul lungo Maira da Villafalletto a Racconigi.
Un'avventura singolare, dato che si
concentra tutta sul bordo del fiume e spesso i paesi si evitano,
salvo appunto, Villafalletto, Savigliano e Racconigi. Mentre
Vottignasco, Cavaller Maggiore e Cavaller Leone sono lasciati da
parte.
Sono però riuscito nel tragitto a
gustarmi un buon caffè presso un bar situato lungo la strada del
paese con una deviazione davvero minima sul tragitto.
Sveglia alle 7.00 e partenza da
Villafalletto alle ore 8.40 circa, per andare lungo il fiume. Ho
tenuto il lato sinistro per iniziare ma poi subito dopo il primo
ponte sono passato a destra, mantenendo sempre quel lato fino a
Savigliano, quindi d'obbligo dopo la piscina del paese ritornare a
sinistra, per mantenerlo a lungo e solo per un breve tratto dopo
Cavaller Leone sono tornato a destra del fiume Maira, per concludere
il tragitto a Racconigi nuovamente a sinistra!
La percorrenza non è stata molto
variata, pur essendo immersa nella natura nonostante la totale
situazione pianeggiante tra campi paesi e periferie. La vegetazione
lungo il due lati del Maira non manca mai, estendendosi per alcune
decine di metri lateralmente...
Alcuni camminatori erano presenti, così
come dei ciclisti incrociati qui e là.
La percorrenza è terminata sulla
periferia di Racconigi in prossimità ponte verso Murello ma ho
comunque voluto proseguire per arrivare nei pressi della Scuola Media
Muzzone, dove ho insegnato per alcuni anni... Dei quali custodisco
bellissimi ricordi.
La percorrenza si è estesa per poco
più di 34 chilometri complessivi con un tempo di 6 ore e 26 minuti
Partito alle 8.00 da Casteldelfino, dopo un buon caffè al bar del
paese, ho parcheggiato nei pressi della Chiesa all’ingresso, in
piazza Valentino. Un breve tratto nel Budello e poi su, in salita
verso Borgata Bertines, dove ci si addentra nel Parco Regionale del
Monviso. Poco più a destra, ma fuori dal percorso principale, si
trova Borgata Alboin, dove è presente una fontana.
Si incontrano alcuni bivi, ma è importante mantenere la direzione
verso il Lac Bognour. Si prosegue dritti lungo una salita pressoché
costante fino a Grange Pralambert Sottane e Soprane. Da qui non manca
molto per raggiungere il Lago Secco, a quota 1894 m.
Questo lago è particolarmente interessante perché non è
alimentato da un torrente, ma da residui di neve che si accumulano
durante l’inverno. Tuttavia, la sua esistenza potrebbe essere a
rischio, vista la progressiva diminuzione delle nevicate negli ultimi
trent’anni. Non a caso, si possono osservare i vecchi livelli
dell’acqua sulle rocce, via via in calo, che oggi rendono il lago
poco più di una pozza. Le speranze di sopravvivenza per il piccolo
crostaceo presente, risalente all’era glaciale, sono quindi remote:
ormai sopravvive unicamente qui, sul nostro pianeta.
Piccola parentesi: Il “gamberetto” del Lago Secco
Di seguito alcune informazioni disponibili online, riguardanti
questa forma di vita che meriterebbe senz’altro maggiore
attenzione:
Il piccolo crostaceo presente nel
Lago Secco, presso il Rifugio Bagnour, è un Branchiopode,
probabilmente un Chirocefalo del Marchesoni
(Chirocephalus marchesonii), o una specie
affine, endemica o rara.
Non si tratta di un vero gambero, ma
di un piccolo crostaceo planctonico appartenente all’ordine dei
Branchiopodi, un gruppo primitivo di crostacei d’acqua dolce.
Questi animali sono spesso chiamati
“gamberetti delle pozze temporanee” o “fairy shrimps” in
inglese.
Il Lago Secco, come il vicino Lago
Bagnour, è un piccolo specchio d’acqua alpino che si trasforma in
torbiera e può prosciugarsi in estate. In queste condizioni estreme
sopravvivono solo organismi altamente specializzati.
I Branchiopodi come il Chirocephalus
sono adattati a vivere in ambienti effimeri, come pozze temporanee o
laghi stagionali. Le loro uova resistono alla siccità e si schiudono
solo quando le condizioni tornano favorevoli.
Si nutrono di plancton, detriti
organici e microalghe, contribuendo al ciclo della materia nei
piccoli ecosistemi acquatici.
Alcune specie di Chirocephalus
sono endemiche di singole valli alpine o addirittura di un solo lago,
rendendole estremamente preziose per la biodiversità.
La presenza di questo crostaceo nel
Lago Secco è un indicatore ecologico importante, segnalando un
habitat ancora integro e poco disturbato.
Secondo fonti locali, questo crostaceo sarebbe esclusivo della
zona, ma non è chiaro se si tratti di una specie già descritta o di
una popolazione relitta da studiare meglio.
Proseguendo con ancora un po’ di dislivello, si raggiunge uno
spazio aperto dove è possibile localizzare il Lac Bagnour e il
relativo Rifugio, a quota 2025 m. Una breve pausa con uno spuntino,
composto dalle poche cose presenti nel fidato zaino, ma in montagna
sempre buone anche se semplici! In quel momento il Rifugio era
chiuso, come previsto per la stagione. Dopo l’arrivo di altri
escursionisti, è stato per me il momento di lasciare la zona e
proseguire il cammino: erano circa le 12.00, o poco prima.
Durante la discesa avevo in mente un percorso leggermente diverso,
che avrebbe dovuto intercettare la strada verso Castello proveniente
dal Rifugio Vallanta. Qualcosa però è andato storto tra i vari
bivi, in un momento in cui non ho tenuto nota delle indicazioni
provenienti dal mio orologio GPS.
Poco male: la discesa è stata ancor più piacevole, tra belvederi
e l’incrocio diretto con i Rifugi Grongios (mai visto prima), e poi
con l’Alevè (oggi chiuso). Si lascia alle spalle la poderosa diga
di Castello, che nel tratto di discesa nel bosco si intravede
maestosa.
Si attraversa lo stradone e si arriva a costeggiare il torrente
Varaita per tutto il tratto restante verso Casteldelfino. Alcuni
tavoli da picnic, panchine e ponticelli rendono gradevole il transito
del camminatore. Seguendo sempre il corso del fiume non si può
sbagliare: l’arrivo a Casteldelfino è scontato! Il fiume, in
questo tratto, presenta numerosi “tumpi” dove, d’estate, è
senz’altro piacevole immergersi per un bagno rinfrescante.
Alcune centinaia di metri prima di Casteldelfino si incrociano i
tornanti dello stradone. Qui si prosegue attraversando, per dirigersi
in paese. Per me, nuova tappa al bar per il caffè di rito, e poi in
auto per il ritorno.
Il totale della percorrenza è stato di circa 11 km, per un
tragitto durato circa 5 ore e 30 minuti.
Ho visitato più volte Borgata Giordana, riflettendo spesso sul
suo stato di completo abbandono, che perdura orma i da oltre un
decennio. Un tentativo di recupero, purtroppo fallito, aveva acceso
qualche speranza, ma da allora il silenzio è tornato a regnare
sovrano tra le sue baite.
Considerando l'altitudine del borgo e la distanza in linea d’aria
dalla mia Borgata Borsetti, ho spesso immaginato che un tempo potesse
esistere un sentiero che collegava questi due nuclei abitativi,
entrambi situati nei pressi di Pian Munè. Un tracciato oggi
dimenticato, inghiottito dalla vegetazione e dalla memoria.
Durante questa settimana, ho cercato più volte di ritagliarmi del
tempo per esplorare il tratto di bosco che separa Borsetti da
Giordana. Finalmente, sabato 1 novembre, si è aperta una finestra di
opportunità. Accompagnato dalla mia inseparabile Lola, ho imboccato
una strada che parte da Borgata Borsetti e si inoltra verso quello
che, a prima vista, sembra il nulla oppure un bosco senza apparente
destinazione. Ma nulla, in montagna, è mai stato costruito senza una
ragione. I margari che hanno vissuto e lavorato queste terre non
avrebbero mai speso energie per realizzare qualcosa di inutile. Va
detto, inoltre, che quel tratto di montagna, un tempo, probabilmente
non era bosco, ma pascolo aperto per il bestiame. Ma questa è
un’altra storia.
Giunto al termine di quella che sembra una strada abbozzata, mi
ritrovo in un piazzale ancora relativamente sgombro dagli alberi.
Cerco di orientarmi con lo sguardo verso Borgata Giordana, ma la
vegetazione è fitta e non riesco a scorgere nulla. Decido di
proseguire seguendo l’istinto, monitorando la linea retta tra i due
borghi che ho tracciato sul mio GPS da polso. Ovviamente, seguire una
traiettoria perfettamente rettilinea non è praticabile: il profilo
della montagna presenta piccoli dirupi e dislivelli che rendono
impossibile il passaggio diretto. Mi adatto quindi al terreno,
seguendo le sue curve naturali, e a un certo punto, tra gli alberi,
scorgo i segni di un’antica via, ormai dimenticata. Forse solo
qualche raccoglitore di funghi l’ha calpestata negli ultimi anni,
ignaro del fatto che si trattasse di un vero sentiero.
Cerco di lasciare dei segni lungo il percorso, per poterlo
ripercorrere al ritorno senza difficoltà. Procedo con calma per una
quindicina di minuti e, con crescente emozione, mi accorgo di essere
ormai nei pressi di Borgata Giordana. Il tragitto, se percorso
correttamente, è sicuramente inferiore(719m) al chilometro. Osservando con
attenzione, noto una traccia ben visibile nell’erba: un vecchio
sentiero che emerge dal bosco e si dirige verso le baite, come se
volesse tornare a raccontare la sua storia.
Missione compiuta: la via è nuovamente aperta, dopo decenni, o
forse, chissà, secoli di oblio.
Ora non resta che ripulire e definire meglio il tracciato, che
prenderà il nome di 'Sentiero delle Stelle'. Intendo utilizzarlo per
attività escursionistiche, creando un anello che includa la strada
verso il Rifugio Bertorello, per poi giungere alla mia baita, 'la
Bertinetta', dove ogni anno propongo una serata di osservazione
astronomica al telescopio, in collaborazione con l’Università
della Valle Po. Un momento di incontro, di condivisione, di
meraviglia.
Ho già in programma un ulteriore tratto che completerà e
arricchirà questo percorso, ma di questo parleremo in un prossimo
futuro.
Segue traccia GPS Koomot, tra Borgata Giordana e Borsetti del Sentiero delle Stelle:
È arrivata anche questa domenica, 5 ottobre 2025, e con essa
l’occasione di affrontare l’ultima tratta della Via dei
Contrabbandieri: un percorso affascinante che parte da Entracque e
termina a Upega, passando per Limonetto. Un itinerario che chiude
simbolicamente un progetto che coltivo da tempo, con l’ambizione di
creare un cammino permanente e ben tracciato che conduca i trekker
dalla Valle Po fino al mare, attraversando il suggestivo borgo
medievale di Dolceacqua. Per l'appunto il cammino della Via dei
Contrabbandieri.
Lavoro a questa idea da maggio 2025, ma la sua gestazione è
iniziata molto prima, in forma teorica e nei sogni di tanti anni.
Tutte le altre sezioni del percorso sono già state esplorate e
documentate: mancava solo questo tratto, che oggi prende finalmente
forma.
Alle 7:25 del mattino raggiungo Entracque. Cinque minuti dopo sto
già camminando, attraversando le vie del suo incantevole centro
storico. Avevo pensato di fermarmi per un caffè, ma ho preferito
rimandare la pausa a metà percorso, per godermela con più gusto.
Superato il paese, svolto a sinistra. In Via Comaletto commetto il
primo errore di direzione, finendo su Strada Sartaria. In ogni caso,
in imprese come questa è fondamentale prestare attenzione alla
strada. Trovare un punto caldo e accogliente lungo il cammino è
stato essenziale, soprattutto considerando le molte ore di solitudine
che mi separano da casa.
Ma veniamo al cuore del racconto: 55 chilometri percorsi in
solitaria, grazie alla tecnica del Monoallenamento Settimanale. Da
Strada Sartaria mi dirigo verso il canalone della valle, costeggiando
il torrente Gesso. Parto da quota 830 metri s.l.m. e salgo
progressivamente fino al Passo della Mena, a 2200 metri, passando per
Gias del Adreit, dove l’ultima baita segnala l’inizio della zona
alpina.
Attraverso il torrente e abbandono la comoda sterrata per un
sentiero più selvaggio, che si inerpica sul versante sinistro. Il
tracciato alterna salite e discese, con tratti ripidi dove è
necessario aiutarsi con le mani. In un punto trovo persino un cavo
d’acciaio fissato alla roccia, utile per superare una parete
esposta.
Raggiunto il Passo della Mena, entro nel territorio di Vernante e
proseguo verso Limonetto, attraversando sentieri tra massi e laghetti
alpini, tra cui il Lago degli Alberghi. Dopo il lago, la salita si fa
ancora più verticale: metto da parte i bastoncini e affronto
l’ultimo strappo fino al Passo di Ciotto Mieu (2274 m). Da lì si
apre una distesa di pascoli verdi, con in lontananza le case di
Limonetto. Decido di non scendere fino al paese per risparmiare
tempo, anche se mi avvicino davvero a un passo.
Attraverso Pian Manoro, bagnato dal Rio della Chiesa, e al bivio
con Limonetto svolto a destra verso gli impianti sciistici della zona
San Lorenzo. Tutto è chiuso, e il caffè che desideravo resta un
miraggio. In lontananza scorgo il Colle di Tenda e, poco prima dei
forti, trovo il frequentato Bar/Ristorante “Le Marmotte” sulla
Strada dei Forti. Qui mi concedo uno spuntino rigenerante prima di
ripartire.
Raggiungo il Grande Forte, ormai in rovina ma ancora maestoso. Lo
attraverso completamente, scattando qualche foto, e proseguo a piedi.
I paesaggi sono mozzafiato: ho scattato e filmato tantissimo. Dopo
Entracque ho incontrato poca gente, mentre tra Limonetto e i forti
c’era più movimento. Il tratto verso Upega, invece, è stato quasi
desertico, complice l’approssimarsi della notte.
Dopo i forti inizia la lunga strada militare, che seguo per oltre
venti chilometri. Oltrepasso Colle Capanino e proseguo verso gli
impianti sciistici. Per gran parte del percorso, il Re di Pietra, il
Monte Viso, domina l’orizzonte con la sua imponenza.
Vicino agli impianti trovo una baracca per il pedaggio dei mezzi
motorizzati, ma il transito a piedi è libero. Poco dopo incrocio un
semaforo alimentato a energia solare: insolito in alta montagna, ma
necessario per regolare il traffico su una strada così stretta.
Attenzione: il rosso può durare anche decine di minuti!
Proseguo e raggiungo Colle de la Perle (2086 m), poi Colle della
Boaria (2102 m). È ancora giorno. La strada diventa Route du
Marguareis e incrocio numerosi colli: Colle delle Carsene, Col de
Melabergue. In tutto il tragitto incontro solo due veicoli: un
furgone 4x4 e una Suzuki Jimny.
Mi fermo al Rifugio Don Barbera, che appare provvidenzialmente al
confine tra giorno e notte. Mi scaldo, chiedo informazioni, bevo un
ultimo caffè e faccio uno spuntino. Quando esco, è buio, ma la Luna
piena illumina ogni cosa.
Abbandono la strada militare e imbocco un sentiero montano che mi
porta alla Cima di Pertegà (2350 m), lungo la Via Marenca. Al Colle
delle Selle Vecchie mi fermo ad ammirare il panorama: da lì,
volgendo lo sguardo verso Savona, vedo il mare in lontananza,
riflesso dalla Luna.
Ritorno brevemente sulla strada militare, poi svolto a sinistra e
inizio la lunga discesa nella pineta. Qui la luce lunare non penetra,
schermata dai fitti alberi. Proseguo fino a Case Nivorina, dove
alcuni cartelli indicano la direzione per Upega.
Poco prima del ponte che precede l’ingresso nel paese, vengo
bloccato per dieci minuti da un branco di cani Maremmani che
sorvegliano le loro pecore. Tutto si risolve senza problemi e riesco
a passare.
Arrivato a Upega, attendo mia moglie per circa un’ora. Fa molto
freddo: alle 21:44 il termometro segna 3 gradi. Ma sono completamente
soddisfatto: 55 chilometri percorsi in 14 ore e 19 minuti, con un
dislivello positivo di 2900 metri e negativo di 2500. Un percorso per
lo più scorrevole, con un 10% davvero impegnativo, soprattutto sul
versante di Entracque.
Questa è l’ultima tappa che completa il mio progetto: il
Cammino della Via dei Contrabbandieri. Presto scriverò una
panoramica su questa nuova idea di collegamento tra la Valle Po (Pian
del Re e Pian Munè) e Dolceacqua, in direzione del mare.
Un’altra avventura a piedi che mi ha regalato enormi
soddisfazioni, vissuta sabato 30 agosto, con partenza da Upega alle
ore 6:20 del mattino, direzione Dolceacqua.
In realtà, l’idea iniziale era quella di partire alle 4:00 da
Limonetto e intraprendere l’escursione transalpina. Tuttavia, dopo
un’analisi del meteo sul posto, proprio al momento della partenza
ho deciso di optare per un nuovo punto d’inizio, nel comune
successivo, a causa della pioggia presente. Arrendersi? No. Ho
preferito tergiversare e cercare una soluzione alternativa. Come
spiegherò, è stata una scelta vincente.
La decisione di partire da Upega è arrivata forse un po’
forzatamente, ma non posso negare di aver vissuto un’esperienza
meravigliosa, che resterà indelebile nei miei ricordi.
Attendo una ventina di minuti l’arrivo dell’alba e ne
approfitto per rilassarmi ancora un po’ in auto, complice la
levataccia alle 2:00. Inizio a camminare per il piccolo centro di
Upega, ma orientarsi nel buio non è facile: senza nemmeno aver
cominciato, sbaglio già strada. Imbocco poi il sentiero corretto che
sale nel bosco verso la vetta, tra mucche al pascolo e un cane
maremmano che mi avverte, con fare deciso, che lui è il padrone del
posto. Nessun problema: proseguo in forte salita.
Dopo circa due ore arrivo in prossimità del Monte Bertrand, senza
raggiungerne la cima, e assisto a uno spettacolo unico: nel primo
chiarore del giorno, vedo il mare illuminato dai raggi del sole. Lo
osservo intensamente: anche se lontanissimo, lascia intravedere la
meta… anche se mi fermerò prima.
Avanzo per chilometri lungo le creste, con l’Italia da un lato e
la Valle Roya dall’altro. È davvero una sensazione singolare
avere, di tanto in tanto, un piede in uno Stato e l’altro in un
altro.
Cammino in salita, corricchio in discesa, scatto foto e ogni due
ore mi fermo per uno spuntino al volo. Contemplo il paesaggio
continuamente e incrocio qualche passante. Quando sai che la tua
destinazione è a più di 50 km, ti senti libero da ogni pensiero e
ti chiedi cosa troverai più avanti. L’occhio cerca dettagli
lontani, ma le montagne sono così tante che è impossibile
prevedere.
Incrocio cartelli che indicano Liguria, Imperia, Francia. Pecore,
mucche, margari italiani e francesi animano il paesaggio.
Il problema più grande è l’acqua. In Liguria me l’aspettavo:
l’entroterra è meraviglioso ma secco, e bisogna essere previdenti.
Ho avuto la fortuna di trovare un avamposto margaro con cisterna e
acqua corrente, dove ho riempito la borraccia. Poi, più nulla fino a
Pigna.
Proseguo e oltrepasso Cime Missoun (2400 m), Punta Farengia (2200
m), Cime Ventose (2100 m). A Monte Tanarello la quota resta stabile,
poi inizia una nuova salita verso Monte Saccarel, guadagnando circa
100 m. Il percorso continua su un saliscendi tra boschi fitti e
pascoli, in un’atmosfera da sogno che difficilmente si può
immaginare vivendo in città.
Raggiungo Testa della Nava (quasi 2000 m), poi una strada sterrata
che sembra di costruzione militare. Intravedo le indicazioni per
Colle della Marta, ma proseguo oltre. Da lì, aguzzo la vista e
scorgo, lontanissimo e bellissimo, il Lago di Tenarda (che visiterò
un giorno).
Sempre in quota attorno ai 2000 m, passo accanto a Monte Gral e
alle Cime della Velette. Territori sconosciuti che esploro per la
prima volta grazie alla guida del mio GPS da polso (Garmin Fenix 7
Solar). Qualche errore di percorso c’è, non per la strumentazione,
ma perché la mente ogni tanto viaggia per conto suo. Qualche avanti
e indietro, ma la via è sempre quella giusta.
Un lunghissimo tratto nella nebbia mi preoccupa: sembra voglia
piovere. Ma forse è stato meglio così, perché con il caldo e la
mancanza d’acqua sarebbe stato difficile portare a termine
l’escursione.
Arrivo in territori “conosciuti” grazie a mio cugino Dario,
che mi aveva accompagnato sul Monte Toraggio quando avevo circa 30
anni. Non salgo in cima, ma ne percorro il perimetro, con il sapore
del “già vissuto”. La sensazione di riconoscere vagamente un
luogo dopo decine di chilometri di pura esplorazione è motivante.
Il Monte Toraggio richiede attenzione: sentieri pietrosi e
stretti, strapiombi, tratti crollati. Tutto fattibile, ma con
cautela. Sono ancora presenti costruzioni pericolanti del periodo
bellico: meglio non avvicinarsi.
Inizia una serpentina in discesa tra le rocce, poi un’ora tra i
boschi. Questa parte sembra interminabile: la discesa, seppur
energizzante, diventa presto faticosa. Attenzione alle storte: i
bastoncini sono fondamentali.
Scorgo il Monte Provenzale (1000 m), poi ancora avanti, tra
uliveti caratteristici. A terra, qualche grossa pigna. Poco dopo,
senza troppi segnali, intravedo il borgo medievale di Pigna e
finalmente… le fontane! Dopo tanta disidratazione, un sollievo.
Pigna è stupenda: vicoli stretti come un labirinto, porte che si
affacciano su stradine in pietra, archi, un campanile che emerge tra
le case. Persone che si conoscono tra loro, negozietti nei vicoli
bui. Mi perdo tra le vie e chiedo indicazioni per raggiungere la
strada verso Dolceacqua. Avevo pianificato di oltrepassare il fiume
Nervia per godere della periferia, ma il destino mi ha portato subito
sulla strada.
Riprendo a camminare: scelgo un sentiero in salita tra gli
uliveti, che allunga il tempo ma non la distanza. Ne è valsa la
pena: ho evitato la trafficata provinciale e ho continuato a
camminare immerso nella natura.
Arrivo a Isolabona, anch’esso caratteristico, con tracce di
architettura medievale. Ancora tre chilometri lungo Via Roma, poi
intravedo il traffico all’ingresso di Dolceacqua. Impressionante la
densità di persone. Altri 500 metri e arrivo all’antico ponte dei
Doria, immortalato da Monet, e al sovrastante castello. Uno
spettacolo da sogno che conclude la mia traversata delle Alpi
Marittime.
Partito da Upega, nel cuore della Valle Briga Alta, ai piedi del
Marguareis, ho attraversato sentieri scorrevoli e impervi, sfiorando
i 2400 m di quota diverse volte, fino a pochi passi dal mare ligure.
In 13 ore e 18 minuti, ho percorso 53 km, con un dislivello positivo
di 2090 m e negativo di 3320 m.
Questa avventura mi ha dato una carica motivazionale per un
progetto parallelo che sta prendendo forma... Ringrazio mio cugino
Dario Daniele, viaggiatore straordinario e autore di splendidi libri,
una persona su cui si può contare. Mi ha accolto a Dolceacqua con
alcuni amici. Senza alcuna pausa, abbiamo proseguito la serata in
pizzeria, come se i chilometri non fossero mai esistiti.
Poi un altro amico, artigiano del legno e autore di viaggi in
formato fotografico 3D, ha condiviso le sue storie. La notte a
Sanremo, ospite di mio cugino, e infine il treno verso casa. Il
giorno successivo, il lungo viaggio in auto per recuperare la mia
macchina lasciata a Upega. Così si è conclusa definitivamente
questa mia epica avventura.